venerdì 1 luglio 2016
DIFFUSA
mercoledì 1 giugno 2016
Serate rock
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mercoledì 11 maggio 2016
Giorgio Agamben e Luigi Ghirri
E quando penso a questa cosa mi viene in mente l’esempio di quegli antropologi bolognesi che qualche decennio fa avevano invitato un cantastorie senegalese, uno che scriveva delle storie e poi le metteva in musica e le cantava ai suoi concittadini, l’avevano invitato a Bologna e gli avevano detto di osservare i bolognesi e di scrivere poi una canzone su di loro da cantare ai senegalesi e lui, tra le altre cose, aveva scritto che in Europa, al mattino, succedeva una cosa stranissima, c’era un sacco di gente che andava in giro legata ad un cane.
Che, per uno che non ha mai visto un guinzaglio, e non ha idea neanche di cosa sia, è esattamente quello che succede tutte le mattine, anche sotto casa mia, solo che vederlo è difficile, perché io son così abituato, ai guinzagli, che ho smesso di vederli, e con l’Emilia, mi sembra, succede la stessa cosa, e è per ovviare a questa mancanza di intelligenza nel mio sguardo, che secondo Agamben e Šklovskij esistono l’arte e la poesia.
L’arte, ha scritto Agamben, lo ripeto, non serve per rendere visibile l’invisibile, serve per rendere visibile il visibile e questa cosa, con l’Emilia, cioè con la realtà che trovo sotto casa mia, a me è successa grazie alla fotografie di Luigi Ghirri.
Prima di vedere le fotografie di Luigi Ghirri, se pensavo all’Emilia io pensavo a poche cose, ai pioppi e al fiume Po, prevalentemente; c’erano queste immagini campestri che non avevano niente a che fare con le mie giornate, abito lontano dai pioppi e dal Po, ma che erano da qualche parte nella mia testa dentro una cartellina con su scritto «Emilia».
Dopo che ho visto le fotografie di Ghirri, mi sono accorto che in Emilia ci sono anche i distributori di benzina, i semafori, le fermate dell’autobus, la neve, i bambini che si vestono da Batman per carnevale, i gommisti, le saracinesche, le pubblicità, il cielo. Lui, Ghirri, con le sue fotografie, è come se avesse preso con due dita l’imballaggio che avvolgeva l’Emilia, sotto casa mia, e avesse tolto dal loro imballaggio che li rendeva invisibili i distributori di benzina, i semafori, le fermate dell’autobus, la neve, i bambini che si vestono da Batman per carnevale, i gommisti, le saracinesche, le pubblicità e il cielo che c’erano sotto casa mia e io adesso, è incredibile, riesco a vederli, e la cosa è ancora più incredibile se si considera che Ghirri, sotto casa mia, probabilmente, non c’è mai neanche passato.
Ecco, se noi andassimo, con la nostra antologia, in quella direzione lì in cui è andato Ghirri con le sue fotografie, mi sembra che faremmo una bella cosa.
Paolo Nori su Agamben e Ghirri
lunedì 9 maggio 2016
domenica 8 maggio 2016
Tutto in un click
venerdì 22 aprile 2016
lunedì 18 aprile 2016
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mercoledì 16 marzo 2016
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SHAKESPEARE e il cinema
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venerdì 22 gennaio 2016
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Liana Millu
giovedì 24 dicembre 2015
domenica 20 dicembre 2015
giovedì 19 novembre 2015
Mondi Arabi
sabato 24 ottobre 2015
mercoledì 7 ottobre 2015
Costruire il tempio
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martedì 30 giugno 2015
Il naufragio dell’Utopia e i dubbi di una civiltà senza salvagente
Il naufragio dell’Utopia e i dubbi di una civiltà senza salvagente.
Spesso attraverso i simboli, riusciamo a
visualizzare e analizzare meglio le situazioni complesse che ci accadono o che
accadono intorno a noi. Ed è per questo che voglio partire da un simbolo: il
naufragio dell’Utopia.
A marzo del 1891 il piroscafo Irlandese Utopia
durante una tempesta cerca in modo azzardato di entrare nel porto di
Gibilterra, ma urta lo sperone di una corazzata inglese, e in pochissimi minuti
si inabissa. Il piroscafo partito da Trieste dopo diverse soste in diversi
porti del sud Italia avrebbe dovuto dirigersi verso l’America. A bordo c’erano
59 membri dell’equipaggio, 3 passeggeri di prima classe, e più di 800 viaggiatori
di terza classe, tutti poverissimi migranti in cerca di fortuna, tutti o quasi
provenienti dalle province meridionali d’Italia. I morti nel naufragio furono
stimati in una cifra che oscilla tra 562 e i 576.
Tra i sopravvissuti, c’era l’allora sedicenne Salvatore
Mone, nato a Piana di Caiazzo, che poi proseguirà con successo la sua migrazione
verso gli Stati Uniti. Nel suo racconto del modo in cui si è salvato dal sicuro
annegamento, narra come una volta avvistato una scialuppa di salvataggio carica
di naufraghi vicino a lui, la raggiunga e ci si aggrappi. La reazione degli
occupanti della scialuppa è feroce e spietata: cominciano a colpirlo
addirittura con i remi per farlo staccare e andare verso morte certa. Solo con
la forza della sua determinazione riesce a rimanere attaccato all’unica
speranza di vita a tutti i costi, e minacciando anche di fare leva sulla fiancata
della scialuppa e ribaltarla, è riuscito a convincere gli altri sopravvissuti
ad accoglierlo a bordo.
Cosa vede oggi un giovane migrante che cerca di
sbarcare a Lampedusa su dei malsani barconi, o che viene lasciato marcire su
degli scogli a Marsiglia, o rinchiuso dentro delle gabbie dis-Umane, o caricato
dalla polizia mentre cerca di salire su di un treno per andare in Francia?
Secondo me vede quello che vedeva Salvatore Mone
più di un secolo fa a Gibilterra, vede noi che dalla scialuppa lo colpiamo con
i remi sulle mani e sulla testa per tramortirlo o forse per ucciderlo.
Il racconto del giovane Salvatore Mone, mi fa venire
in mente il romanzo La Strada di
Cormac McCarthy, un romanzo post apocalittico, in cui un padre e un figlio attraverso
un universo privo di cibo e di risorse energetiche, in cui gli umani sono l’unica
specie rimasta sulla terra. Il padre attraversa questo universo in cui
l’umanità sospesa è un umanità di disperati che commette le peggiori atrocità
per potersi assicurare la sopravvivenza. In uno degli episodi più drammatici
l’autore racconta di una comunità di “uomini” che mantiene in vita segregati
degli altri uomini per poterne magiare la carne. L’uomo vuole portare il figlio
a cercare un eventuale anche se apparentemente impossibile salvezza, tenendolo
però lontano dalle aberrazioni delle colonie di disperati che popolano ciò che
è rimasto dell’umanità.
Quando ho letto il romanzo, la cosa che più mi ha
colpito, era il fatto che i comportamenti disumani nel romanzo sono perpetrati
dalla maggioranza dei sopravvissuti, mentre, almeno apparentemente, gli unici
che rimanevano umani sembrano essere i due protagonisti (padre e figlio).
Il paradosso filosofico che si crea, è legato al
fatto che se tutta l’umanità (rimasta) si comporta in modo disumano quel
comportamento diventa immediatamente percepito come il nuovo comportamento
umano, quindi i nostri due protagonisti che vogliono rimanere legati ai valori
del passato essendo minoranza assoluta diventano immediatamente non-umani i
nuovi disUmani.
Ecco io mi domando se noi, con il noi inteso come
la civiltà occidentale, non stiamo mostrando i primi segni di una degenerazione
del comportamento umano. Stiamo forse diventando come i cannibali di Cormac
McCarthy, disposti a rinunciare alla nostra umanità per salvare il nostro
giardino da indebite intrusioni?
È un comportamento Umano? Noi siamo la
maggioranza degli umani? Stiamo
diventando i nuovi dis-Umani?
martedì 7 aprile 2015
Viktor Šklovksij
"il colore dell’arte non riflette mai il colore della bandiera che sventola sulla cittadella del potere"
Viktor Šklovksij
lunedì 23 marzo 2015
giovedì 5 marzo 2015
L'apparenza inganna.
mercoledì 25 febbraio 2015
giovedì 19 febbraio 2015
Visioni Creative
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